Difendere i diritti costituzionali fondamentali

Introduzione di Alfiero Grandi all’Assemblea pubblica del CDC

“La Costituzione nata dalla Resistenza è un bene comune”. 9 marzo 2015

La Costituzione della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, dovrebbe essere non solo descritta come la più bella del mondo, cosa vera ma insufficiente, ma anche cambiata con la necessaria lungimiranza e non nel modo pasticciato con cui si sta procedendo oggi. Tanto più che tra cambiamenti della Costituzione e nuova legge elettorale c’è un intreccio evidente e il risultato complessivo di queste modifiche disegna un quadro di preoccupante accentramento dei poteri nelle mani del Governo e in particolare del Presidente del consiglio, fino a creare un vero e proprio premierato forte, con tratti di presidenzialismo più o meno mascherato.
Il Governo, che è il vero protagonista di queste modifiche, sa bene quale risultato vuole ottenere ma in realtà non consente agli elettori di comprendere bene la posta in gioco e la sua importanza per gli anni a venire, in particolare per le nuove generazioni.
E’ accaduto poco tempo fa, con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, che un parlamento impaurito, sostanzialmente sotto ricatto di scioglimento, abbia approvato con rapidità mai vista la modifica della Costituzione, inchiodando il bilancio dello Stato ad un impegno al pareggio che contraddice in modo evidente la richiesta di flessibilità che il Governo stesso dichiara di rivendicare a livello europeo. Emerge una doppiezza politica in questa scelta, non obbligata dalle intese europee, come dimostra, ad esempio, che la Francia non ha introdotto questa norma nella sua Costituzione. Per di più l’approvazione con oltre i 2/3 dei parlamentari ha impedito il referendum sul nuovo articolo 81, togliendo così il diritto di esprimersi, in ultima istanza, da parte degli elettori.
E’ auspicabile che la proposta di legge di iniziativa popolare che punta a rimettere in discussione l’articolo 81 trovi il sostegno necessario per correggere un grave errore, che chiude gli spazi di manovra di politica economica del nostro paese, lasciandoci con minori strumenti per affrontare la crisi, causando anche in questo modo un ulteriore allontanamento di tanta parte degli elettori dalla politica.
La storia rischia di ripetersi. Le modifiche della Costituzione a conclusione del percorso intrapreso debbono essere sottoposte al giudizio degli elettori, per questo è necessario che almeno una delle camere non arrivi ai 2/3 dei votanti per essere certi che al termine ci sarà il referendum previsto dalla Costituzione.
La cosa preferibile oggi sarebbe che il Governo e il parlamento fermassero i loro lavori per un periodo congruo, riaprendo la discussione tra gli esperti, tra le forze politiche e sociali, tra i cittadini per evitare che per la fretta di procedere si finisca con il creare guasti in tutto il tessuto della Costituzione. Si ha un bel dire che la prima parte della Costituzione, quella che descrive i diritti fondamentali e i valori della convivenza tra i cittadini, non viene toccata; in realtà l’assetto istituzionale condiziona fortemente la possibilità di attuare la prima parte e questa preoccupazione è tanto più valida di fronte ad atteggiamenti politici e a scelte del Governo che impongono scelte discutibili e che a volte contraddicono proprio questi valori costituzionali. Il tempo per una pausa di riflessione c’è, la legge elettorale entrerà in vigore solo il 1° luglio 2016 e il Governo dichiara che si voterà solo nel 2018, quindi non si capiscono le ragioni di questa frettolosità.
Ormai è chiaro che non è l’Europa ad avere chiesto le modifiche della Costituzione e della legge elettorale, contariamente a quanto è stato affermato. Del resto anche in passato tante volte è stato detto: lo chiede l’Europa, in realtà si è trattato di un fin troppo facile scaricabarile dei gruppi dirigenti nazionali. Semmai i vincoli europei limitano l’ambito nazionale di scelta e questo dovrebbe portare ad iniziative politiche per cambiare la linea tuttora prevalente in Europa, mentre l’atteggiamento tenuto da troppi governi verso le istanze della Grecia non è affatto rassicurante. Infatti se l’austerità resta la linea dominante gli spazi di iniziativa nazionale vengono drasticamente ridotti, per questo la politica europea deve cambiare segno, pena derive populiste e di destra ancora più pericolose di quelle già esistenti.
La responsabilità delle scelte su Costituzione e legge elettorale risponde alla volontà del Governo di ridurre la dialettica politica e sociale ad una delega ogni 5 anni, una concezione riduttiva e preoccupante della democrazia, nell’illusione di evitare in questo modo la fatica di governare con il confronto una società complessa come quella italiana.
Non potendo ridurre al silenzio la complessità della società, le sue contraddizioni, i morsi di una crisi economica e sociale che dura da 7 anni e che ci ha fatto perdere il 10 % del Pil e oltre un milione di posti di lavoro e che sta emarginando milioni di persone senza lavoro o ridotte in povertà, tagliando diritti, occupazione e futuro in particolare ai giovani, la scelta del Governo è quella di costruire meccanismi costituzionali e decisionali tali da imporre comunque, dall’alto, le decisioni.
Del resto abbiamo visto in questi mesi episodi illuminanti che preannunciano il futuro, dopo l’approvazione delle modifiche in discussione. Sono state compiute scelte di grande gravità sociale come l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, con la conseguenza del ritorno al licenziamento unilaterale dei lavoratori, perfino quando ne sono manifestamente false le motivazioni. A questo risultato si è arrivati con forzature e voti di fiducia sul jobs act e con un esercizio della delega al di fuori del mandato contenuto nella legge, realizzando un imbroglio che non a caso ha portato a reazioni importanti. E’ emersa la volontà di procedere senza un confronto con i sindacati su scelte fondamentali che riguardano il lavoro, fino ad uno scontro frontale con la parte più combattiva del mondo del lavoro, come confermano le manifestazioni nazionali e gli scioperi generali indetti nei mesi scorsi e non è ancora finita, infatti la Fiom ha convocato una nuova manifestazione nazionale a Roma il 28 marzo a cui guardiamo con grande simpatia.
Il Governo ha scelto, non di stare dalla parte dei più deboli ma di subire l’influenza dei gruppi dominanti, di cui ha raccolto suggestioni e indicazioni, che guarda caso coincidono largamente con i vincoli europei contenuti nella lettera della Bce Draghi-Trichet, che ridisegna una precisa gerarchia sociale e di potere: c’è chi decide e chi deve subire. La gerarchia sociale rigida ha bisogno di meccanismi di imposizione da parte di chi sta al vertice. Le scelte sul lavoro e sui diritti sono solo una parte delle scelte. Altre materie di rilievo sono in discussione. Dai rapporti con la magistratura alla Rai tv, dal falso in bilancio al rientro dei capitali dall’estero, dalla vendita di aziende pubbliche ai tagli allo stato sociale, tutto è in movimento e un sistema decisionale accentrato nelle mani del Governo e in particolare del Presidente del Consiglio è funzionale ad imporre scelte che altrimenti difficilmente potrebbero passare senza un controllo dell’opinione pubblica, senza suscitare reazioni, come sarebbe ovvio in una democrazia reale.
Il disegno, già in attuazione, è fare del Governo il nuovo perno del sistema istituzionale che si vuole introdurre, riducendo drasticamente il ruolo del parlamento, che pure dovrebbe essere la base rappresentativa e decisionale della nostra Repubblica e dal quale dovrebbero derivare i poteri del Governo stesso, non il contrario. Il Parlamento viene ridotto a mera ratifica delle decisioni, non più solo decreti legge a raffica e voti di fiducia ripetuti, ma anche percorsi parlamentari preferenziali per le proposte del Governo, da approvare in tempi predeterminati e pressochè a scatola chiusa. Per questo la legge elettorale, figlia del patto del Nazareno, prevede che i deputati siano anche in futuro in prevalenza nominati dai capi partito anziché scelti dagli elettori, malgrado questa sia la censura fondamentale della Corte Costituzionale al “porcellum”, tanto è vero che quella legge elettorale di fatto non esiste più.
La scarsa autorevolezza e perfino la scarsa legittimità di questo parlamento, eletto con il porcellum, dovrebbero consigliare a tutti di procedere ad interventi sulla Costituzione con ben altra prudenza e capacità di ascolto, semprechè sia proprio necessario farlo. Le modifiche della Costituzione e la legge elettorale sono il frutto di un’iniziativa del Governo alla quale il parlamento è sostanzialmente subalterno, mentre dovrebbe essere il contrario.
La legge elettorale proposta dal Governo introduce alcune mostruosità come un forte premio di maggioranza a un solo partito, malgrado una storia politica di coalizioni in tutto il dopoguerra. Per di più un premio di maggioranza conquistabile anche dopo un ballottaggio nel quale potrebbe verificarsi che lo spareggio tra i 2 meglio piazzati, a causa anche della crescente astensione degli elettori dal voto, faccia vincere una lista con percentuali elettorali in realtà molto basse, fino a farle raddoppiare i seggi con il premio di maggioranza. Non basta quindi avere abbassato la soglia per le liste per garantire una rappresentanza adeguata, c’è da registrare un disequilibrio complessivo.
Tralasciando altri aspetti della legge elettorale, è il suo carattere ipermaggioritario combinato con le modifiche della Costituzione che apre un serio problema e rischia di modificare la sostanza democratica contenuta oggi nella Costituzione. La Camera, eletta con queste modalità ipermaggioritarie per consentire al Governo di procedere senza intoppi nelle sue decisioni, diventerebbe l’unica vera sede legislativa. Mentre il Senato, il cui nome pomposo non deve trarre in inganno, diventerebbe una sorta di camera che lavora nel tempo libero da altri impegni dei suoi componenti, perchè composto da un nucleo di consiglieri regionali e di sindaci che hanno altre responsabilità istituzionali, con l’aggravante di essere nominati da consigli regionali a loro volta frutto di leggi iper maggioritarie e che potrebbero perfino essere eletti con il meccanismo dei listoni preconfezionati, come quelli così diffusi per le Provincie. Definirlo Senato delle autonomie sarebbe un’autentica presa in giro, visto che l’unica preoccupazione della modifica del titolo V è riaccentrare i poteri nelle mani del Governo, sfruttando il discredito che ha colpito le regioni a causa di un fin troppo diffuso malaffare. Non a caso la modifica riaccentratrice del titolo V è anticipata dalla legge pomposamente chiamata sblocca Italia, che in realtà concede potere di trivellazione e di costruzione senza rispetto dell’ambiente e dei poteri delle Regioni e degli Enti locali, tanto che ci sono loro ricorsi alla Corte, visto che per fortuna il titolo V non è ancora cambiato. Lo sblocca Italia è l’antipasto. Con il nuovo titolo V il territorio potrà essere devastato senza alcun rispetto per le comunità locali e il Presidente Renzi ha già dimostrato di sapere cambiare rapidamente opinione a seconda del suo ruolo, basta confrontare sulla Tav il suo libretto del maggio 2013 con la decisione del Governo di procedere ad ogni costo nei lavori.
Il Senato con questa riforma diventerà una sorta di camera dopo-lavoro. Il Senato, secondo il Governo, dovrebbe lavorare solo alcuni giorni al mese, nel tempo lasciato libero dal loro lavoro istituzionale vero e proprio. Si può discutere se debbano o no esserci 2 camere, ma deve essere chiaro che l’equilibrio costituzionale rappresentato dal bicameralismo cosiddetto perfetto dovrebbe lasciare il posto ad altri contrappesi di cui attualmente non c’è traccia.
Si può accettare che la sola Camera dei deputati dia la fiducia al Governo, ma il Senato non può essere una finzione, e per di più in entrambi i casi non è accettabile che la rappresentanza parlamentare (tutta) non venga eletta direttamente dagli elettori. Tanto più che gli attuali partiti sono ben diversi dalla capacità di rappresentanza del periodo costituente; primarie senza regole, mal scopiazzate, che hanno confuso gli elettori propri – non a caso – con quelli degli schieramenti avversi, hanno favorito derive plebiscitarie e dato spazio a consorterie che controllano pacchetti di voti. I capi partito hanno sequestrato il potere di nominare i parlamentari grazie ad una legge elettorale che ha sottratto la scelta dei rappresentanti agli elettori. C’è l’esigenza urgente di norme di legge che regolino la vita dei partiti per garantirne trasparenza, partecipazione, democraticità nelle scelte, visto che la loro autoriforma sembra oggi impossibile.
Il numero dei parlamentari, quindi dei costi complessivi delle camere, potrebbe essere ridotto anche in modo più consistente ridisegnando complessivamente la composizione della Camera e del Senato.
Il Senato deve essere eletto per svolgere i compiti costituzionali (e non solo quelli) che già gli vengono assegnati nel testo in approvazione alla Camera. Poteri che dovrebbero essere esercitati insieme a funzioni di controllo e di reale rappresentanza degli interessi locali. La contraddizione tra i poteri assegnati e i senatori, non eletti dai cittadini, che avrebbero solo qualche giorno al mese per lavorare è evidente, così è una finzione e si creerebbe un pasticcio istituzionale di enormi proporzioni.
In realtà con queste modifiche della Costituzione e questa legge elettorale si istituisce un nuovo assetto istituzionale, di cui solo una parte viene resa esplicita e il suo modello è in sostanza il Sindaco d’Italia che apre anche un serio problema di ridimensionamento di fatto del ruolo del Presidente della Repubblica, perché il premierato forte che così si delinea ne invade parte dei poteri. Accentramento dei poteri e pericolo di torsione autoritaria sono evidenti. Tanto più che non vengono istituiti contropoteri per evitare una deriva che la Costituzione del 1948 aveva cercato di evitare in ogni modo, puntando sul ruolo centrale del parlamento per evitare scivoloni plebiscitari, i cui effetti drammatici erano ancora ben presenti ai costituenti.
Chiediamo una congrua pausa di riflessione per potere discutere le scelte che si stanno compiendo, anche se non siamo ingenui, sappiamo che il Governo vuole procedere ad ogni costo. Una pausa potrebbe consentire agli elettori di comprendere quanto si sta decidendo senza farli partecipare in alcun modo.
Comunque siamo determinati a difendere in tutte le forme possibili diritti costituzionali fondamentali, organizzando, fin d’ora, informazione e critica e offrendo un canale di organizzazione a quanti vogliono far sentire la loro opinione. Vogliamo preparare le condizioni per sottoporre la nuova legge elettorale alla Corte Costituzionale prima che entri in vigore, mentre in realtà questo oggi non è previsto. Siamo convinti che questa legge elettorale contraddice la sentenza sul porcellum. Vogliamo costruire l’opposizione alle modifiche della Costituzione, e, se non sarà rimasta altra via, lo faremo nel referendum – anche se la sproporzione di mezzi in campo è evidente – con l’obiettivo di bloccare scelte che consideriamo nefaste per il futuro del nostro paese.

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